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Uno straordinario viaggio fra due stati americani a bordo di un vagone coperto all’inizio del ‘900

Storie della frontiera americana

Immaginatevi la storia di due giovani sposi che nel 1912 intraprendono un viaggio sulle strade polverose del Sud, dall’Arkansas all’Oklahoma. Lasciano dietro di sé i loro affetti, e con coraggio affrontano un viaggio che cambierà la loro vita.

Coraggio, una parola significativa per storie di questo tipo. Il coraggio di rischiare, di cambiare, di andare lontano, protetti solo dal calore della persona che ci ama. Storie di vera essenza americana.

Mi è possibile raccontarvi questa storia grazie a Giuliana Palmas, espatriata in America. Questo è lo straordinario racconto dei nonni di suo marito, Lloyd Rogers. La toccante storia – a tratti commovente, in altri ancora divertente, ma unica nella sua natura – di Ruth Ann Pickard (poi Davis) e suo marito, James Vinis Davis.

Prima di iniziare, immaginatevi Ruth Davis molti anni dopo questo viaggio, diventata nonna, e nel tramonto della sua vita, raccontarlo in una lettera a cuore aperto ai suoi nipoti. Una lettera poi pubblicata su un giornale locale di Boone County, in Oklahoma.

Oggi voglio raccontarvi questa cronaca americana di vita vissuta, di un’epoca passata e di una storia che necessità di essere ricordata, attraverso il mio racconto, e le emozionanti parole di Ruth Davis. Buona lettura.

“Cari Nipoti, questa è la storia dei vostri nonni…” così inizia la lettera. Ruth e James si sono sposati il 9 luglio 1911, e dopo la raccolta del grano e del cotone dell’anno successivo, decisero di trasferirsi dall’Arkansas a un altro stato: l’Oklahoma. Un viaggio che avrebbe richiesto loro fatiche, che gli avrebbe fatto conoscere nuovi amici, e che sarebbe durato intere settimane a bordo di un carro coperto lungo l’Ovest americano.

Comprarono un carro Springfield, insieme a degli archi e delle coperte per proteggersi dalle tempeste, e insieme alla cavalla posseduta da James “abbiamo iniziato a preparaci per il nostro lungo viaggio in una nuova terra.”

Viaggiavano insieme alla loro piccola figlia, Beatrice Meredith Davis, che aveva appena sei mesi, nata nell’aprile del 1912, e ciò rende questa storia ancora più straordinaria e suggestiva. Non era in ogni caso per loro una grande preoccupazione, ha scritto Ruth: “Non ci ha mai preoccupato pensare di viaggiare con una bambina, la quale era il nostro orgoglio e la nostra felicità.”

Durante l’ultimo giorno di ottobre finirono di impacchettare tutte le loro cose, sistemarono il cibo in fondo al carro e la loro umile postazione letto in cima. “Siamo andati sulle colline a salutare ognuno dei nostri genitori prima di andarcene,” ha scritto Ruth. “E’ stato difficile dire addio ai nostri cari e ai nostri amici, dal momento che in 18 anni non ero mai stata lontana dai miei affetti.”

Il giorno della partenza

Quando il giorno di partire arrivò, presero con sé il loro cane, Mack. Non lo avrebbero mai lasciato indietro. Dovevano anche incontrarsi con alcuni amici, che esattamente come loro viaggiavano con un carro. I signori Manley e i loro due piccoli figli, e i signori Hudson, il cui marito veniva da loro chiamato affettuosamente “Zio Jack.”

Il primo giorno percorsero solo pochi chilometri. Alloggiarono intorno ad Harrison, Arkansas. Quell’estate fu particolarmente calda e asciutta, ma durante la notte ci fu una tempesta con fulmini e pioggia. Qualcosa che poi i Davis scoprirono essere una costante durante il loro viaggio. Talmente tanta pioggia che talvolta dovevano fermarsi, aspettando che schiarisse. Questo era anche dovuto al fatto che le strade all’epoca erano di ghiaia e sassi, e con le piogge torrenziali diventavano impraticabili.

Zio Jack era un tipo che talvolta li faceva mettere nei guai. Ruth ricorda infatti che “lui diceva di conoscere la strada essendoci passato alcuni anni prima, e ci ha guidati giù per una ripida collina quasi in mezzo a un fiume [presumibilmente Illinois]. Abbiamo dovuto tornare indietro con i cavalli stanchi per riportare i carri sulle montagne.”

Viaggiando capitava loro di imbattersi in alberi di mele che stavano maturando, e i proprietari non erano per niente dispiaciuti che loro le raccogliessero. Così allungando il braccio lungo la recinzione, i Davis e i loro amici ne raccolsero alcune da mangiare mentre viaggiavano.

Zio Jack avrebbero però detto di no, non avrebbe “rubato” mele. Tuttavia poco tempo dopo, mentre tutti gli altri le mangiavano, la tentazione di assaggiarle per lui era tanta. Così, non avendone colta neanche una, disse che probabilmente avrebbe mangiato una delle mele di Mr Manley. Non così in fretta! Mr Manley gli disse: “Non rubo mele per nessuno eccetto che per me stesso.”

Poco tempo dopo, quando il gruppo raggiunse Beggs, in Oklahoma, zio Jack e sua moglie salutarono tutti gli altri, essendo al termine del loro viaggio.

I Davis e i Manley continuarono insieme, diretti verso Sasakwa. Sfortunatamente nei pressi di Tahlequah i Davis persero Mack, il loro fidato cane, durante una tempesta. “Abbiamo faticato a dormire quella notte, ascoltando attentamente se l’avessimo sentito abbaiare.” Il giorno successivo lo cercarono ovunque ma non con troppa fortuna. Non lo videro mai più.

Ma finalmente erano in Oklahoma! Una nuova e suggestiva terra. Non che fosse poi tanto diversa dall’Arkansas, scoprirono… L’Oklahoma dell’est era una zona tortuosa e impervia, esattamente come lo stato che avevano appena lasciato. “Non un paradiso come gli amici che vivevano qui prima che arrivassimo lo avevano descritto.” Non era troppo importante per loro. In fondo, erano vicini alla loro nuova vita. Così, dopo tre lunghe settimane di viaggio, era il momento di fare una sosta.

Era il periodo del Ringraziamento, e quale miglior modo di festeggiarlo con alcuni vecchi amici? La signora Vance, padrona di casa, cucinò per loro dei piatti deliziosi, e Ruth ha ricordato: “E’ stato fantastico essere nella casa di amici e mettere i nostri piedi sotto un tavolo ancora una volta.”

In breve tempo trovarono una capanna indiana in cui stabilirsi. Un po’ di tempo dopo trovarono una fattoria che affittarono per l’anno successivo. Benvenuta in Oklahoma, famiglia Davis!

Quella prima capanna in cui soggiornano non era altro che una semplice stanza, con una zona dove sistemare il letto, e un’altra sporca con un focolare. Ogni cosa era semplice, era umile, era il necessario. Ma bastava. Quando affittarono la fattoria vendettero il loro carro nuovo per uno usato e per un po’ di dollari che avrebbero usato per la spesa. Si fecero prestare anche un po’ di denaro dalla banca, che gli sarebbe servito fino a che non avrebbero potuto restituirlo coltivando il cotone.

La loro prima fattoria non era nulla di ché, ma fortunatamente ogni anno potevano permettersi di trovare una sistemazione sempre migliore, aumentando la qualità della vita della propria famiglia, che era sempre più grande. “Un bambino ogni due anni, ognuno più bello e dolce del primo,” ha scritto Ruth.

La vita nelle fattorie dell’Ovest poteva essere ardua, ma era parte di loro. “Agricoltori sempre,” scrisse Ruth ai suoi nipoti all’inizio della lettera. “Abbiamo provato la vita in città un paio di volte ma non ha mai funzionato. Siamo sempre tornati alla fattoria.” Tuttavia, di tanto in tanto, quando ci fu il boom del petrolio in Oklahoma, provarono la vita vicino ai campi petroliferi. Posti che potevano essere pericolosi all’epoca, ma Ruth ha ricordato che incontrarono buoni amici, e ottime chiese.

E’ qui, in queste comunità petrolifere, che gli otto figli di Ruth e James Davis (tre maschi e cinque femmine) crebbero con “virilità e femminilità.”

La seconda parte della vita

E’ così che finisce la prima parte della loro storia. Dopo un’intera vita trascorsa insieme in un nuovo ed esotico stato, e una famiglia costruita, Ruth ha scritto consapevolmente ai nipoti: “Abbiamo trascorso vent’anni di pensione felicemente fino a quando la nostra salute ha incominciato a cedere e siamo dovuti entrare in una casa di riposo – e non abbiamo più avuto l’opportunità di tornare alla nostra piccola casa che abbiamo amato per così tanto.”

Nelle parole di questa lettera si percepiscono i valori più cari per Ruth: suo marito, i suoi figli, i suoi amici, il valore e il rispetto del lavoro più umile. Una lettera scritta con affetto e nostalgia. Ma non rimpianto.

Come lei ha concluso la sua lettera – scritta nella seconda metà degli anni ’70 -, gli ultimi sei anni li ha trascorsi lontani da suo marito. Sono stati “anni di solitudine.” Così, all’età di 84 anni, ha scritto infine: “Devo dire addio ai miei cari – con questo pensiero, non dimenticate la vita Cristiana, senza questo perderete le cose importanti della vita. Aspetterò tutti voi in quella casa celeste un dolce giorno – che Dio vi benedica e vi protegga sempre – la vostra Nonna.” – Ruth Ann (Pickard) Davis.

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