Conversazione con Marjie Kirkland, cugina di F. Scott Fitzgerald, che ci racconta di Scott e Zelda, di libri e di anni ’20

La vita è fatta di coincidenze – se così preferite chiamarle. Il 24 settembre 2018, 122 anni dopo la nascita del grande scrittore americano F. Scott Fitzgerald, Marjie Kirkland, una sua cugina alla lontana, è entrata in travaglio, partorendo la sera del giorno seguente, il 25 settembre, il giorno della nascita di William Faulkner. Lo stesso Faulkner che scrisse: “Il passato non è morto. Non è nemmeno passato”.

Il primo nome di sua figlia è tutt’altro che casuale: Keyes. Un nome che deriva dall’originario Keye, la linea di sangue di quelle famiglie inglesi che emigrarono dall’Inghilterra verso le coste della Virginia nel 1698. Il bisnonno di settimo grado di Marjie nacque in Maryland nel 1731, e da quel momento i Keye divennero Keyes. Nel 1754 nacque il suo bisnonno di sesto grado, il Generale John Ross Key. Uno dei suoi figli – Francis Key – successivamente divenne famoso per avere delineato le strofe dell’inno americano. Come lei mi ricorda, il cognome della sua famiglia è cambiato di generazione in generazione – Keye, Keyes, Key e Keys.

Un piccolissimo e sorridente F. Scott Fitzgerald.

Francis Scott Fitzgerald – il cui nome completo era Francis Scott Key Fitzgerald – è stato infatti un cugino alla lontana dello scrittore Francis Key, e questo lega queste due importanti figure storiche americane a quella di Marjie Kirkland.

Esattamente come quello che è il mio pensiero, anche Marjie è convinta che per comprendere appieno la figura, non solo storica, ma umana e privata di Scott sia necessario leggere le sue lettere.

“Le lettere che ha scritto e si è scambiato con Ernest Hemingway erano abbastanza nostalgiche e tenere.” Questo può contrastare con l’immagine storica che oggi abbiamo dei due ma, dice Marjie: “I due amici si spedivano l’un l’altro dei soldi, firmavano le lettere “con affetto”, ed erano davvero affascinanti e premurosi l’un l’altro.” Il tutto, probabilmente, ci dice Kirkland, come una forma di illusione per sdrammatizzare i momenti difficili dell’epoca, “forse come una moderna forma di relazione attraverso i social media?”

Qui nasce un’interessante spunto di conversazione. Le similitudini fra la società di oggi e degli anni ’20. Oggi, infatti, “ogni cosa è estemporanea e glamour in superficie, come negli anni ’20. Proprio come Jay Gatsby stesso. Alcuni di noi semplicemente galleggiano attraverso la propria vita per nascondere ciò che c’è più in profondità”.

Apparenza e spreco. Gli anni 2000 come gli anni ’20.

Raccontando di scambi di lettere, è impossibile non citare quelle fra Scott e sua figlia “Scottie”. Erano piene di affetto, talvolta rimprovero, insegnamenti e sempre amore incondizionato. Secondo Marjie, inoltre, quelle lettere raccontano molto della personalità di Scott, specialmente le lettere che scriveva alla figlia quando si trovava al campeggio estivo in età adolescenziale. Una delle più famose, nella quale Scott elenca alla figlia una serie di cose di cui preoccuparsi, e altre invece di cui non avere troppa premura, è talmente amata da Marjie da averla stampata e incorniciata nella camera da letto della figlia Keyes.

Preoccupati del coraggio, ma non preoccuparti della pubblica opinione. Sono solo due dei molti consigli di Scott alla figlia.
Ringrazio Marjie Kirkland per la foto.

Il rapporto fra Scott e la figlia Frances è fondamentale nella comprensione psicologica e nello sviluppo di entrambi.

La crescita e la stabilità emotiva di Scottie, infatti, è derivata dagli sbagli e dagli insegnamenti di suo padre, che si è davvero impegnato, sacrificato nel crescere positivamente la figlia.

Marjie, durante la nostra conversazione, mi ha riportato le parole che il Dottor Frank Gogan, uno dei medici di Scottie durante brevi periodi di tempo nel corso degli anni, le ha detto personalmente. “La ricordo per essere intrepida, integra, piena di risorse, gentile, divertente, intelligente, generosa e coraggiosa”.

E’ opinione di Marjie che “l’intenzione di F. Scott fosse di rendere sua figlia emozionalmente stabile, nel quale lui ha avuto davvero molto successo”.

Frances Fitzgerald Lanahan Smith – l’unica figlia di Scott e Zelda Fitzgerald.
Ringrazio Marjie Kirkland per la foto.

Ricorda inoltre che parlando con Gogan ha avuto l’impressione che la personalità di Scottie fosse molto simile a quella del Giudice Sayre (il padre di Zelda). “Lei è diventata una donna molto in gamba osservando e studiando gli errori dei propri genitori”.

Proprio in questo caso corre in nostro aiuto una frase che F. Scott disse alla figlia, in quella che fu la sua ultima lettera a lei, pochissime settimane prima di morire: “Tu hai due bellissimi e cattivi esempi come genitori. Fai semplicemente ogni cosa che noi non abbiamo fatto e sarai perfettamente salva”.

Marjie mi ricorda che “mio padre, l’Onorevole Giudice James H. Anderson qui a Montgomery ha avuto un grande impatto sulla mia vita allo stesso modo. Lui è anche un leader del Partito Democratico. Dunque, come puoi vedere, il gene dei Key ha un potente impatto nel portare una forte influenza nella personalità dei propri eredi”.

Sia i Sayre che i Key portano con sé “grande volontà e intelligenza. Oh, ed entrambi hanno un veramente salutare senso dell’umorismo”.

La conversazione si è poi spostata sulla letteratura di Scott. “Belli e Dannati è uno dei miei preferiti,” dice Marjie. Belli e Dannati, il secondo libro di Fitzgerald, “siede comodamente in un piccolo tavolino nel nostro salotto”.

Marjie mi ricorda che la protagonista femminile del romanzo, Gloria Gilbert, “mi ricorda la relazione che lui ha avuto con Zelda a un certo punto”.

Molto è stato detto circa l’aspetto autobiografico delle protagoniste femminili di Scott, disegnate sui contorni, fisici e psicologici, di Zelda. Secondo Marjie, tuttavia, queste descrizioni “sono molto più elaborate e dettagliate negli scritti di lei rispetto a quelli di Scott.” Il motivo di questo è da ricercare nella capacità di Fitzgerald di esprimere un concetto in pochissimo spazio. “L’abilità di Scott di usare un personaggio o una semplice metafora per descrivere molto di più con molte meno parole”.

In conclusione, dice Marjie, la descrizione emotiva dei personaggi era molto più intensa in Zelda rispetto a quanto lo fosse in Scott.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è l’eloquenza degli scritti di Fitzgerald: la poeticità. Marjie analizza bene anche questo aspetto: “I lavori di Scott sono davvero influenzati dalle produzioni teatrali che scrisse all’inizio della sua carriera. Tutti i suoi libri sembrano un album di un concerto sinfonico da ascoltare per me”.

Scott e Zelda Fitzgerald a Montgomery, Alabama, 1921.
Foto: Princeton University Library

Quando la conversazione si sposta sui crolli nervosi di Zelda e sulla possibile responsabilità di Scott in essi, Marjie dice che “si tratta di pareri personali” su una domanda estremamente delicata.

“Sono sposata con uno psicologo e medico legale e lui vede il peggio del peggio. Così anche suo padre. Mio padre è un giudice, sono cresciuta in politica…. Mia madre è un’artista e si è trasferita in Nuova Zelanda quando avevo cinque anni. Ha sofferto di depressione e ne soffre ancora oggi. Mio Dio, c’è così tanto da dire.” Per questo motivo tentare di dare una risposta su Zelda, mi racconta, “è davvero dura”.

Innanzitutto, cercando di analizzare sensibilmente il problema, dice: “Non credo che prendesse le giuste medicine per lei.” Secondo l’analisi di Marjie, il motivo probabilmente era anche dovuto alle sue capacità artistiche (era un’ottima ballerina, scrittrice, pittrice…). “La maggior parte degli artisti possono perdere completamente la propria creatività quando assumono le giuste medicine”.

“Terribilmente reale, l’ho visto con i miei occhi.” Tuttavia, racconta, “Zelda ha dipinto meravigliosi quadri mentre era ricoverata”.

“Onestamente”? Dice Marjie su questo argomento, “credo che lei fosse semplicemente annoiata e vivace. Era esuberante, era una flapper!”

Zelda e la piccola “Scottie”, presumibilmente sulla Riviera Francese a metà anni ’20.
Ringrazio Marjie Kirkland per la foto.

Ovviamente anche l’aspetto familiare potrebbe aver contributo ai suoi sempre più frequenti crolli nervosi. “Lei era triste durante il suo matrimonio… Aveva una figlia, e non dover mantenere o avere figli avrebbe potuto cambiare la sua stima in se stessa in diversi settori.”

“Chissà di quale medicina avesse bisogno. Non era il gin”. Quella, ci dice, era l’apparente soluzione ai problemi di Scott.

L’ultima domanda che ho posto a Marjie è se avesse una o più frasi di Scott e Zelda che amasse particolarmente. Parlando di Scott, dice, è “un lancio della monetina. Cambia di settimana in settimana”. Decide quindi di usarne una su cui ha riflettuto recentemente e che ritiene significativa:

Tu ed io siamo stati felici; non siamo stati felici una volta soltanto, siamo stati felici migliaia di volte“. Una lettera che Scott scrisse a Zelda mentre era ricoverata in un ospedale psichiatrico, quando il loro matrimonio stava andando tremendamente alla deriva, ma il sentimento reciproco continuava a esistere.

Il re dell’Età del Jazz.

Una frase significativa, che, ci racconta Marjie, l’ha aiutata recentemente a comprendere meglio cosa è davvero la felicità . “La felicità è lo stato di un momento. Il filmato di un tempo. Più volte la provi e più senti la calma dentro di te nel momento in cui la provi”. Una sorta di perpetua e infinita assuefazione. La felicità porta felicità.

“Così tante persone hanno paura di ridere follemente, di lasciarsi andare alle risate… la felicità accade una volta poi, si spera, sempre di più. Se mi sento felice lo darò per scontato? O rimarrò da solo?”

Trovo questa considerazione meravigliosa e degna di nota. Nella gioia della felicità spesso abbiamo paura di sentirci soli in questo sentimento. Spesso abbiamo paura di stare bene, di sentirci bene.

Marjie mi ricorda sensibilmente che è triste quando qualcuno attraversa momenti complicati, di solitudine o di malinconia, poiché “la felicità è proprio lì, per te, come una madre nei confronti di un figlio, un uccello nei confronti di un albero, o il semplice suono di una campana.” Dobbiamo essere noi stessi ad andare a cercare la felicità, mi dice, perché “essa può continuare ad accadere migliaia di altre volte!”

Pensando a quello che Scott avrebbe voluto dire a Zelda nella citazione sopra riportata, ci dice infine Marjie, potrebbe essere qualcosa come: siamo stati felici migliaia di volte Zelda. Non hai bisogno di rancore o tristezza per avere attenzione.

“Per me è questo che lui le voleva dire in questa lettera”.

Se volete approfondire la letteratura di Fitzgerald, nonché l’aspetto biografico e caratteriale dello scrittore simbolo della Jazz Age, ho scritto un libro a riguardo, che potete trovare su Amazon a questo link.

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