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Lealtà, storia, passione. Il patto di sangue tra Boston e i suoi team sportivi

Era il 1981 e le magliette verdi dei Boston Celtics vedevano per la prima volta insieme tre dei loro grandissimi: Kevin McHale, Robert Parish e Larry Bird.

La rivalità contro gli Houston Rockets, contro i quali stavano giocando le finali NBA di quell’anno, era quanto più alle stelle. Una rivalità accentuata dal nemico giurato di Boston, che guidò i Rockets alle finali: Moses Malone.

Malone criticò spesso i Celtics, dandogli pubblicamente poco credito. Anche quando la squadra di Boston guidò la serie per 3 vittorie a 2, Malone continuò con la sua protesta: “I Celtics rimangono degli smidollati,” dichiarò.

Quando Boston vinse Gara 6, portandosi a casa il trofeo, Larry Bird dichiarò, galvanizzando l’intera città: “Moses mangia merda”.

I Celtics battono i Rockets 102-91. Sono campioni NBA!
Larry Bird sapeva come festeggiare.
Photo credit: Frank O’Brien / Boston Globe

Da quel momento in poi, più che in altri corsi storici, è nata la leggenda – internazionale – dei Celtics. Non più una delle squadre storiche dell’NBA americana, ma di fatto una delle più tifate in tutto il mondo, Italia compresa.

Ma, come un sasso che cade sul piatto opposto della bilancia, andandone a bilanciare il peso, le altre squadre di Boston faticavano a trovare i successi tanto cercati e desiderati.

Tifare Boston vuol dire imparare a soffrire prima ancora del piacere di gioire. Ma è questo che rende Boston una città sportiva dal cuore d’oro.

I Red Sox sembravano giocare con il cuore dei propri tifosi, strappandolo dal loro petto e facendolo a pezzi a stagioni alterne, quando illudevano i tifosi dei calzini rossi, e poi concludevano la stagione con un nuovo, inesorabile fallimento.

I New England Patriots, la squadra di football della regione, era schernita da chiunque. Nessuno gli dava credito, né li prendeva sul serio. Nessuno, semplicemente, pensava che potessero mai vincere qualcosa.

I Bruins, invece, gli orsi della città, la squadra di hockey di Boston, vinsero il loro ultimo trofeo nel lontano 1972.

Di fatto, esclusi i Celtics che hanno mantenuto nel corso dei decenni un andamento e una percentuale di successi piuttosto regolare, tutte le altre squadre simbolo della regione del New England sembravano essere la prova definitiva di quanto il dolore di una sconfitta possa fare male a un tifoso sportivo.

Insomma, un po’ come a dire: io sono di Boston, so cosa vuol dire piangere per lo sport.

Poi arrivarono gli anni 2000 e il corso del fiume della Storia cambiò.

Intorno alla metà degli anni ’90 Robert Kraft acquistò i Patriots (chiamati affettuosamente Pats dai propri tifosi) cambiandone così il destino. La coppia Belichick e Brady ha poi portato alla vittoria di 6 titoli in 18 anni, giocando 9 Super Bowl, e arrivando ai playoff quasi a ogni stagione.

La febbre del sabato sera (ehm, del football).

I Boston Red Sox, invece, la religione sportiva della città, con una nuova dirigenza e un nuovo progetto sportivo, riuscirono a spezzare le catene che li tenevano legati alla Maledizione del Bambino [Babe Ruth]. Una storia tanto affascinante quanto mistica, che vi consiglio di approfondire se siete un minimo interessati a uno degli aneddoti e storie sportive americane più conosciute e discusse, su articoli e libri compresi.

Veniamo al 2004: un anno glorioso per la città di Boston, che molti hanno poi chiamato “il più grande miracolo sportivo” mai avvenuto. Ovviamente stiamo parlando di baseball, e dunque di Red Sox.

Boston stava giocando le finali del Championship contro i temuti e odiati rivali di New York: gli Yankees. Il vincitore avrebbe staccato il ticket per le World Series!

Chiunque si aspettava che gli Yankees annullassero nuovamente le speranze dei Red Sox. Infatti vinsero le prime tre partite ed erano a una sola vittoria dalle World Series. Non solo, durante gara 4 erano solamente a tre out dallo “spazzare via,” come disse il telecronista di quella partita, i Red Sox. Ed è qui che Boston risorse.

Al termine di Gara 4 il leggendario battitore dei Sox, David Ortiz, lanciò un meraviglioso fuori campo che diede la vittoria a Boston. La serie arrivò poi a Gara 7, dove i Red Sox vinsero per 4 vittorie finali a 3, tornando, di fatto, dalle ceneri di una morte prematura da loro stessi creata.

Nessuna squadra prima di allora, nel baseball professionistico, aveva mai rimontato una differenza di tre sconfitte: un miracolo sportivo.

Esiste il miracle on ice. Quello del 2004, per i Red Sox, fu il miracle on the diamond.
Foto: Stephen Dunn / Getty Images

I Red Sox andarono poi a vincere la loro prima World Series in 86 anni. Troppo tempo, anche per una piccola e umile città come Boston.

Ma allora, cose rende Boston diversa?

Per capire l’anima sportiva di questa città, e il legame dei suoi abitanti con le sue squadre, è importante capire cosa la rende diversa da città come New York o Los Angeles. Sta tutto nel modo con il quale gli abitanti vivono la propria città e ciò che la compone.

Boston è una città piccola, operaia e dall’aspetto periferico, chiaro e semplice. Nulla a che vedere con la NY piena di grattacieli e casa dell’economia americana. Nulla a che vedere, nemmeno, con la vasta e cinematografica LA. Ma proprio per questo anche troppo dispersiva.

Attenzione, nulla in contrario a quanto detto sopra, ma Boston è semplicemente una città che viene definita dai suoi graziosi quartieri residenziali appena fuori dal centro, dai suoi ospedali e dalle sue università all’avanguardia invece che dai teatri o dai locali alla moda. In conclusione è definita da uno stile di vita quotidiano, modesto e alla mano.

Una città da pranzo al sacco, come Mark Chekares mi ha raccontato in questa intervista.

E’ proprio questo suo essere una città con l’animo di una piccola cittadina di provincia (sto parlando della percezione della vita, non di politica o argomenti sociali) che rende la città simbolo del New England unica nel suo genere.

Per capire Boston bisogna prima di tutto capire l’anima dei suoi quartieri. Qui Charlestown, il quartiere irlandese.

Ma torniamo allo sport…

Vivere a Boston, e più in generale nel New England, non significa solamente appartenere a una città e a una regione, ma a un vero e proprio stile di vita.

E’ il senso di appartenenza che prevale nel carattere di questa gente.

Non è un caso infatti che i tifosi sportivi di Boston siano tra i più odiati (o forse proprio i più odiati) in America. Troppo di parte e troppo legati alle proprie squadre, alla propria città e alla propria terra, per far sì che accada il contrario.

Immaginatevi un qualunque giorno di metà settimana, con il sole splendente in cielo (perché il baseball, essendo uno sport per famiglie, si gioca solo con il bel tempo). Ecco, il bostoniano doc si prende una pausa dal lavoro, magari proprio per pranzo, e se ne va al vicino Fenway Park, nell’informale e amata “Cattedrale” della città, dove si respira e si pratica il culto del baseball, per seguire qualche inning della propria squadra, sorseggiando birra e mangiando hot dog.

Questo è anche possibile grazie alla vicinanza del ballpark al centro cittadino. Praticamente il Fenway è all’interno dello stesso centro cittadino.

NY e LA hanno rispettivamente otto team sportivi ciascuno (due per ogni sport). Boston ne ha solo quattro. C’è dunque più unione e condivisione fra i propri tifosi. A Boston se tifi Red Sox automaticamente sarai anche tifoso dei Pats, o dei Celtics. A New York, e ancora di più a Los Angeles, questo non è così automatico.

Altrove le lealtà sono divise. A Boston no. Qui c’è solo una lealtà, ed è quella nei confronti della propria, piccola città. E’ una questione di fisionomia, di carattere.

A Boston lo sport è più di un’attività. E’ uno stato d’animo. E’ stato visto in infinite scene cinematografiche ed è stato raccontato nei libri e negli articoli.

Benvenuti a Boston: città di campioni e di leggende, di storia e di appartenenza. Quello che respirerete qui è un legame perfino più importante del sangue. Un luogo dove lo sport non è altro che religione.

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