Felice 4 di luglio con le parole di Luca Lisanti, espatriato in America

Vogliamo concludere la nostra serie dedicata alla Festa dell’Indipendenza, e augurare a tutti voi americani nel cuore un felice 4 di luglio, con le parole di Luca Lisanti, espatriato in America ormai da molti anni.

Poter ascoltare le parole di chi l’America ha imparato a conoscerla, viverla e apprezzarla è importante anche per avere una maggiore visione d’insieme di questo meraviglioso Paese.

Vi proponiamo dunque questa intervista, nella quale Luca ci racconta dei diversi 4 di luglio da lui passati in America, con simpatici e caratteristici aneddoti, che vi faranno viaggiare con la mente negli States, ve li faranno amare e conoscere un po’ di più. Un’intervista che si concluderà con le parole di Luca sul perché ama così tanto l’America, e perché questo Paese è così speciale nel cuore di molti. Buona lettura, and drink on the 4th!

Domanda: Quando è stato il tuo primo 4 di luglio americano e come lo ricordi? Quali furono le tue sensazioni da italiano nuovo in America?

Risposta: Il mio primo 4 di luglio è stato molti anni fa, in occasione di una delle prime vacanze americane con la mia famiglia. Venivamo infatti a far visita ai nonni e agli zii italo-americani di New York ogni 4-5 anni.

Del mio primo 4 di luglio ricordo l’atmosfera di allegria nel giardino dei nonni, le risate con i parenti, le bandierine americane, gli hamburger, gli hot dog con ketchup e senape (mi dissero che i veri hot dog americani sono quelli con senape e cipolla) e, a fine serata, i fuochi d’artificio della Macy’s in diretta TV da New York.

Erano gli anni ’80 e mi colpì molto l’aria di serenità e benessere che si respirava in America e furono anche quel 4 di luglio, lo skyline di New York e i fuochi d’artificio che fecero nascere in me l’amore per questo Paese così dinamico e diverso dall’Italia e sempre pieno di sorprese.

Mi colpì molto anche il loro patriottismo. Ricordo che la prima cosa che notai durante il primo tragitto dall’aeroporto JFK a New York, furono le bandiere americane su ogni porta delle case delle aree residenziali al che, da bambino italiano un po’ naive, chiesi ai parenti “Ma quest’anno ci sono i mondiali?”

Una quotidiana dose di patriottismo.

D: Come generalmente festeggi il 4 di luglio a Stamford (la città dove abita Luca), con amici o parenti? E da italiano in America, quali sensazioni hai circa il legame degli americani con questa festività? (da un punto di vista sociale, culturale e storico…).

R: Il 4 di luglio l’ho festeggiato negli anni in modi diversi: con i parenti, da solo in giro per New York, al barbecue dei vicini di casa, in spiaggia con la famiglia del mio padrone di casa. Il 4 di luglio è, assieme al Thanksgiving, la festa più importante dell’anno anche più del Natale perché il Natale è una festa legata a una sola religione, seppur molto importante, ma il 4 di luglio è la festa di tutti gli americani che si sentono parte di uno stesso popolo con i propri valori e tradizioni.

Per farti capire meglio questo senso di unità dal punto di vista di un italiano che era da poco arrivato in Usa, potrei raccontarti un aneddoto di un 4 di luglio di molti anni fa.

Lo trascorsi in spiaggia a Stamford con la famiglia italo-americana del mio ex padrone di casa e dei loro vicini di casa. In spiaggia già dal pomeriggio c’erano moltissime famiglie. C’erano migliaia di persone sedute sulle sedioline di plastica o stese sulle asciugamani che si rilassavano, chiacchieravano, mangiavano, bevevano qualche birra. I bambini si rincorrevano tra le sedioline e indossavano tutti dei braccialetti verdi e blu fosforescenti. L’odore invitante di carne alla griglia avvolgeva tutti e le immancabili bandierine a stelle e strisce facevano da sfondo.

All’arrivo della sera tutti alzarono le teste verso l’alto per l’inizio dei fuochi che furono spettacolari, di tante forme e colori e sincronizzati alla perfezione con le musiche patriottiche della tradizione americana diffuse dagli altoparlanti in spiaggia. 

Finita la festa, la scena che non dimenticherò mai. Molte persone si dirgevano verso i parcheggi. Ai lati della stradina che portava al parcheggio dei poliziotti vigilavano, e avevano vigilato durante la festa, da lontano, quasi nascosti, con discrezione. Sotto ai miei occhi increduli, molti andarono a stringergli la mano e a dirgli “Thank you”, “Good Job” e “Happy 4th of July!”

Mi tornò subito in mente la scena alla quale avevo assistito solo poche settimane prima in Italia quando un gruppo di universitari e ragazzi dei centri sociali aggredirono dei poliziotti lanciandogli dei cassonetti in fiamme e dei grossi sanpietrini. Credo che fu proprio quella sera a Stamford che capii che gli americani sono diversi e si sentono parte di uno stesso popolo indipendentemente dalle loro differenze.

Non c’è 4 di luglio senza i tipi fuochi d’artificio.

D: Un’altra domanda che ti vorrei fare riguarda il senso di appartenenza, riguardante le tue ultime parole. Come mai secondo te è così radicato? Nonostante tutte le divisioni che ci sono state, e continuano a esserci ancora oggi, sembra che davvero gli americani riescano costantemente a ricordarsi di più a cosa li unisce piuttosto che a ciò che li divide. E’ una cosa intrinseca al vivere americano?

R: Bella domanda, me lo chiedo spesso anche io. Non vorrei dare l’idea che gli USA siano il luogo della fratellanza universale perché qui, come sai, ci sono anche tanti problemi razziali e disparità economiche, anche più dell’Italia, che possono sicuramente generare odi e invidie sociali ma ho notato negli anni che qui negli Stati Uniti tutti hanno agli occhi degli altri pari dignità e valore.

Non ci tengono al Dottore, Ingegnere, Avvocato, Architetto. Puoi andare in un bar e chiacchierare per ore con uno sconosciuto al bancone e scoprire più tardi che si trattava di un bilionario.

Questo è il Paese in cui quando al Presidente che si trovava sulle macerie delle Twin Towers un pompiere gridò “We can’t hear you!”, lui rispose “But I can hear you and soon the rest of the world is gonna hear ALL OF US”. Che piaccia o meno l’ex Presidente Bush, furono semplici parole da pari a pari e da rappresentante di un popolo unito.

Da dove viene questo senso di uguaglianza e di appartenenza? Forse da secoli in cui gli Stati Uniti hanno rappresentato un porto d’approdo per milioni di perseguitati e disperati che si sono sentiti a lungo “sulla stessa barca” e hanno poi potuto constatare, dopo anni di difficoltà e sacrifici, che questo è il luogo che può dare opportunità a tutti, senza distinzioni di etnia, condizione economica o religione. E ancora oggi in definitiva è così nonostante siano cambiati i tempi e il tipo di immigrazione.

D: Dai il tuo tributo al giorno dell’Indipendenza. Perché ami l’America?

R: Amo gli Usa perché non finisci mai di scoprirli, ogni giorno è diverso e da un momento all’altro la tua vita può cambiare prendendo direzioni inaspettate. Amo gli Usa perché ti consentono di venire in contatto con persone di ogni angolo del pianeta. Amo gli Usa perché qui siamo tutti immigrati in cerca di un futuro migliore. Amo gli Usa per gli spazi sconfinati, il patriottismo, la gentilezza e il senso civico degli Americani.

Amo gli Usa perché mi hanno accolto come uno di loro, non una ma ben due volte: la prima tanti anni fa quando decisi di tentare l’avventura americana che durò per oltre 6 anni, e la seconda quando, dopo il mio ritorno in Italia in cui rimasi per quasi tre anni decisi di tornare a stabilirmi in America. O almeno provarci. E loro mi accolsero di nuovo a braccia aperte offrendomi in pochi giorni opportunità lavorative che l’Italia, il mio Paese, non aveva saputo darmi. Amo gli Usa perché da questa parte del mondo il cielo sembra più grande.

Se volete leggere anche le precedenti interviste sul 4 di luglio le trovate di seguito:

Intervista a Cindy Stroud Reddick, originaria del Texas ma residente in Virginia.

Intervista a Mark Chekares, bostoniano doc.

Intervista a Dusty Richard, texano che ci racconta diversi e interessanti aneddoti storici.

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