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Il Super Bowl: ecco cosa significa viverlo da un pub di New York

Era domenica 7 febbraio 2016: una giornata qualunque se non fosse per l’imminente Super Bowl che era ad attendere l’America quella stessa sera.

All’epoca mi trovavo a New York e non potevo credere di essere negli Stati Uniti proprio nel giorno in cui tutto il paese si riunisce per guardare l’evento sportivo più seguito al mondo.

Uscii dall’albergo la mattina con la maglietta dei New England Patriots sotto la giacca, la mia squadra del cuore. Poco importava che quella sera si sarebbero contesi il trofeo i Denver Broncos e i Carolina Panthers. Quella era la giornata per i tutti i tifosi di football americano. Poche ore dopo l’intera nazione si sarebbe riunita nelle proprie case o nei pub, accolta dal consueto inno americano pre partita, da fiumi di birra e patatine, spot televisivi da milioni di dollari e l’imperdibile show dell’intervallo.

Quel giorno incontrai letteralmente centinaia di persone con magliette, sciarpe, cappellini della loro squadra preferita. Talvolta ci si salutava con un “bella maglietta!”, con l’altro che ti avrebbe risposto “grazie, amico!” senza però nemmeno scambiarsi uno sguardo. Tutto di sfuggita, mentre si correva per le strade di New York. Una spontaneità tale che in qualunque altro posto nel modo sembra pura utopia ma qui è normalità.

Decisi di tornare in albergo nel tardo pomeriggio per riposare qualche minuto e preparami alla grande serata. Sarei andato a mangiare in un pub poco distante: Connolly’s. Amai talmente tanto questo pub irlandese che in realtà divenne la mia casa per molte delle mie serate newyorkesi.

La sera precedente prenotai un tavolo nel locale perché, come il manager all’entrata mi disse sorridendo: “E’ il Super Bowl.” Sono gli Stati Uniti, nella notte in cui si gioca il miglior football d’America, in un pub di New York. Mica patatine! Così prenotai attendendo la serata seguente.

Il giorno seguente arrivai da Connolly’s intorno alle sei di sera, mezz’ora prima del kick off. Scambiai qualche parola con il manager che ormai aveva imparato a conoscermi bene in quelle giornate.

Chi vince il Super Bowl?

Peyton Manning riuscirà a chiudere la carriera con una vittoria?

Queste erano alcune delle domande a cui tentammo di darci una risposta in quei primi minuti della mia speciale serata americana.

Il pub piano piano si stava riempiendo. Gente ai tavoli, gente al bancone, gente in fila per un posto. Io invece ero seduto in attesa della partita, davanti a enormi televisori che trasmettevano il pre partita. Ero un po’ eccitato e un po’ emozionato.

In parte a me c’era una persona che dopo aver ordinato chiese alla cameriera se gli poteva scattare una foto. Al bancone vedevo persone bere birra e di tanto in tanto dare un’occhiata agli schermi tv. Erano le 18:30 – here we go! – finalmente si parte.

Al momento dell’inno americano misi orgogliosamente la mano sul cuore, senza preoccuparmi di potermi sentire in qualche modo in imbarazzo. Era il mio sogno, e non avrei permesso a nessuno di scalfirlo. Nessuno, in effetti, mi guardò. Ero talmente emozionato, sopraffatto da quel momento, che mi guardai attorno, cercando di respirare e cogliere quanti più dettagli possibili.

Diverse altre persone smisero di parlare, e guardarono con attenzione il televisore; potevo percepire nei loro occhi l’amore, l’orgoglio e il senso di appartenenza che in questi momenti pervade la gente dell’America.

Pochi minuti dopo l’inizio della partita ci fu un touchdown dei Denver Broncos, la squadra per cui simpatizzavo quella sera. Quando segnarono il punto esultai liberamente, e anche il volume all’interno del locale si alzò di qualche grado.

Peyton Manning al suo ultimo “rodeo”.

Mi rivolsi al manager in parte a me, che di tanto in tanto passava per chiedermi cose come: “Va tutto bene?” oppure “Hai bisogno di altro?” o ancora “Ti piace quello che stai mangiando?”

Non so se fosse perché ero da solo, quindi era particolarmente gentile nei miei confronti, come lo era stato le sere precedenti, ma tutto contribuì a fortificare l’immagine di questo pub nella mia mente.

Rimasi da Connolly’s fino all’intervallo, perché, a dire il vero, questo Super Bowl fu uno dei più lenti e noiosi degli ultimi anni.

Decisi quindi di tornare in albergo. Appena entrato mi diressi verso la zona bar, dove c’erano alcuni dipendenti e clienti intenti a guardare la partita. Decisi di fermarmi per un momento. Presi una Coca-Cola e il cameriere mi offrì della patatine. La partita ormai sembrava essersi indirizzata: Denver avrebbe conquistato il trofeo. Parlai brevemente del secondo successo in carriera di Manning con i presenti, scambiai alcune battute, l’ambiente era leggero e informale. Tutti sembravano conoscere l’argomento, ognuno sembrava essere interessato solamente a quell’evento – almeno per quella sera. Dopo mezz’ora circa, quando la partita era ormai conclusa, salutai tutti e tornai in camera.

In camera da letto seguii la premiazione con il Lombardi Trophy e i commenti del dopo partita. Era esaltante e allo stesso tempo allucinante sentire quelle voci, vedere quelle immagini ed essere in America. Ero parte integrante di quell’evento, di quella spettacolare serata di febbraio.

Sicuramente se avessi vissuto questo Super Bowl a Denver, nella casa dei vincitori, le emozioni sarebbe state ancora più forti e preponderanti, ma la sensazione predominante che ebbi durante tutto quel giorno fu di essere all’interno di un film, composto da magliette, urla e conversazioni improvvisate per strada.

Questo è quello che succede, più o meno, ogni anno in una notte di febbraio, quando l’America si addormenta ubriaca di football, birra e divertimento.

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