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Gli anni ’50 e il Doo-Wop

Se penso agli anni cinquanta, immagino un’America in rinascita, dopo i danni della guerra, un’America fiera del suo passato e fiduciosa per l’avvenire. Erano gli anni post guerra mondiale, gli anni della guerra fredda con i russi e anche quelli delle prime missioni della NASA.

Be’, questi eventi li conosciamo un po’ tutti, chi più chi meno, ma se vi dico “Doo-Wop”? Sono sicuro che almeno la metà di voi non non ha idea di quello che io abbia appena detto, poiché, sfortunatamente, oggi non è così’ famoso, anche se associazioni come la Doo-Wop Preservation League cercano di mantenere viva la tradizione di questa musica che ha fatto la storia dell’America del dopoguerra.

Il Doo-Wop è un genere musicale molto ritmato (simile al Blues e al Rockabilly), e ha avuto origine alla fine degli anni ‘40 ma ha raggiunto il successo a partire dal 1950, e signori, che successo! 

Molti dei gruppi più celebri, alla fine dei Forties, erano formati da semplici “ragazzi di strada” che, agli angoli delle strade dell’Est americano, si esibivano senza strumenti né microfoni ma solamente con l’aiuto della voce, e qualche battito di mani.

I gruppi Doo-Wop erano composti normalmente da ragazzi appena maggiorenni, inizialmente afroamericani e italo-americani, cresciuti nelle periferie disagiate di città come New York, Chicago o Philadelphia, ed al 90% delle volte erano di quattro o più persone: un solista, su voci di sottofondo di sillabe senza significato ripetute, che dovevano sostituire, imitandolo, il suono degli strumenti musicali: “rama lama ding dong”, “doo doo wop” sono solo due esempi delle varie e ricorrenti voci onomatopeiche.

I testi erano romantici, spesso sdolcinati, parlavano di amori eterni o passati, di lune piene e di baci appassionati, e queste caratteristiche lo fecero diventare il genere musicale giovanile per eccellenza e i testi pur essendo molto semplici e ripetitivi presentavano un’estrema raffinatezza. 

In una società americana che non prevedeva, né ammetteva, alcun tipo di integrazione razziale, l’ascesa del Doo-Wop fu graduale e non senza difficoltà, basta pensare ai “The Del Vikings”, band con membri sia bianchi che neri, cosa bizzarra e mai vista ai tempi, ma con l’inizio dei Fifties questi ragazzi cominciarono a scalare le classifiche musicali statunitensi e, di conseguenza entrare nelle orecchie di tutti i teenager d’America.

In quegli anni la televisione stava pian piano entrando nelle case degli americani ed oltre ai notiziari, presero piede i primi programmi musicali, che ogni settimana ospitavano gruppi Doo-Wop, come il “Frankie Laine Show” (uno dei primi show televisivi con il pubblico in sala), che aiutava molto i ragazzi, pubblicizzandoli in diretta nazionale, con graziosi siparietti tra Mr. Laine e gli ospiti, seguiti dalle performance musicali che si possono trovare tranquillamente su YouTube. Vi consiglio la puntata in cui furono ospitati nello studio di Mr. Laine, “Frankie Lymon & The Teenagers”. E’ molto divertente all’inizio e con un esibizione super del loro più grande successo “Why do fools fall in love?” durante il resto del video.

Personalmente considero molto interessante, quanto triste, la storia di quest’ultima band. Lanciati da Alan Freed nel ‘54 il gruppo era composto da ragazzi di solo tredici e quattordici anni, ma nonostante la giovanissima età in poco tempo fecero un grandissimo successo grazie alla loro simpatia e al loro talento, divenendo così una delle band più conosciute nella nazione a stelle e strisce. Frankie Lymon (il corista e il volto del gruppo), tre anni più tardi abbandonò la band, andando alla ricerca di una carriera da solista, che però terminò immediatamente per via del mancato successo. Questo fece cadere Frankie in una pericolosa depressione, e qualche tempo dopo, all’età di venticinque anni, morì per overdose da eroina a casa di sua nonna ad Harlem, dove viveva da quando cadde in povertà in seguito all’addio ai suoi compagni. Al momento della morte si scoprì che Frankie era sposato contemporaneamente con tre mogli diverse, ognuna inconsapevole delle altre due.

Frankie all’età di 12 anni (1954)

Se la prima parte del decennio è stata dominata dagli afroamericani, verso la fine degli anni ‘50 moltissimi gruppi con origini italo americane ebbero successi nazionali, ad esempio “Dion & The Belmonts”, “Randy & The Rainbows” e i famosissimi “The Four Seasons” (di cui vi consiglio il film biografico “The Jersey Boys”).

 Dion & The Belmonts

Questi ragazzi furono i pionieri dei primi tour musicali a più date, molto spesso si spostavano per settimane di data in data a bordo di autobus privati ma, come il “Giorno in cui la musica morì” dimostra, i bus potevano essere mezzi di trasporto alquanto pericolosi.

Durante l’inverno del 1959 Buddy Holly, J.P. “The Big Popper”, Ritchie Valens e Dion DiMucci (Dion & The Belmonts) furono ingaggiati per essere i protagonisti del “Winter Dance Party”. Si trattava di una serie di concerti nel Midwest lungo tre settimane in programma in ventiquattro località diverse, ovvero una città al giorno.

Fin da subito alcuni giornalisti fecero notare gravi falle nel programma: le tappe distavano troppo una dall’altra e l’ordine delle città non seguiva un senso logico.

L’autobus fornito dall’organizzazione era un vecchio scuolabus dismesso, non equipaggiato per attraversare l’America durante quel gelido inverno e tutte quattro le band dovevano viverci sopra, passando le giornate a leggere riviste, giocare a carta e raccontandosi storie a vicenda. Soltanto nei primi undici giorni cambiarono addirittura cinque autobus e spesso restavano bloccati in autostrada senza riscaldamento funzionante che causò un principio di congelamento alle gambe del batterista di Ritchie Valens. Inoltre ad ogni tappa le band dovevano caricare e scaricare il materiale da soli data l’assenza di crew apposite.

Il 2 febbraio, cioè a metà del tour, era previsto un giorno di riposo per gli artisti ma l’organizzazione decise all’ultimo di inserirci un’altra data alla “Surf Ballroom” di Clear Lake, nell’Iowa. All’arrivo a Clear Lake, Buddy Holly, assai indispettito del viaggio in pullman e dal fatto che non potesse disporre di biancheria intima pulita, dato che l’unica biancheria di Clear Lake era in giorno di chiusura, decise di proseguire, dopo quella serata, in aereo privato verso Fargo, North Dakota, che era la destinazione successiva, così prenotarono un piccolo velivolo fornitogli dalla “Dwyer Flying Service”.

L’aereo era stato prenotato per Buddy Holly e i suo musicisti, ma J.P. (The Big Popper), che risentiva dei postumi della sua malattia e voleva evitare un altro viaggio al freddo, chiese a Waylon Jennings (al tempo membro della band di Buddy Holly) se poteva cedergli il posto e questi accettò. Buddy Holly, quando venne a sapere di questo scambio, augurò scherzosamente a Jennings di congelare sul pullman, mentre quest’ultimo gli rispose altrettanto amichevolmente di schiantarsi con l’aeroplano. 

Ritchie Valens propose a Tommy Allsup (chitarrista di Holly) di scommettere chi dovesse occupare l’ultimo dei quattro posti dell’aereo con un lancio della monetina: il fato scelse Valens.

Dion DiMucci e i suoi compagni esclusero l’ipotesi di prenotare un ulteriore aereo, poiché ritennero i 36 dollari (300 dollari odierni) del biglietto un investimento troppo oneroso.

All’una di notte del 3 febbraio 1959, nonostante una fitta nevicata, l’aereo decollò con a bordo Buddy Holly, J.P. e Ritchie Valens; tutti gli altri proseguirono verso Fargo in autobus.

Cinque minuti dopo al decollo Jerry Dwyer perse contatti con l’aeroplano, e pensò ad un guasto al comparto radio per via della bufera e andò a dormire.

La mattina seguente verso le sei e mezza, Jerry, non avendo ancora avuto notizie da parte di Roger Peterson (il pilota) decise di ripercorrere con il suo aereo personale la stessa rotta che avrebbe fatto poche ore prima il suo collega. Dopo nemmeno 10 minuti di volo, verso le 9:35, Jerry, in un campo di grano vicino a Mason City, vide lungo una strada poco trafficata, quella che sembrava la carcassa di un velivolo della sua compagnia. Non potendo però atterrare avvisò l’ufficio dello sceriffo di Clear Lake, che mandò il vice a controllare, ritenendo la chiamata un falso allarme. All’arrivo sulla scena il vice-sceriffo Bill McGill assistette ad uno spettacolo agghiacciante: erano i resti dell’aereo decollato poche ore prima. Venne in seguito inviato sul posto anche il proprietario della Surf Ballroom (la sala dove i ragazzi suonarono la sera prima) per l’identificazione dei corpi.

L’aeroplano era irriconoscibile, piegato in due a causa del forte impatto col terreno, e vicino al velivolo giacevano i corpi di Holly (22) e Valens (17), il corpo di J.P. (28) era stato gettato oltre il recinto di un vicino ranch, mentre quello di Roger Peterson (21) era rimasto bloccato all’interno dell’abitacolo.

Dopo approfondite indagini e ricostruzioni si arrivò alla conclusione che, a causa della forte tempesta, il pilota perse il controllo dell’aereo, cadendo così a 270 km/h a terra. Nonostante sia celebre l’idea che Peterson fosse un guidatore inesperto, le indagini ufficiali dichiararono che quest’ultimo avesse più di quattro anni di esperienza e 711 ore di volo accumulate.

Tutti i parenti delle vittime vennero a sapere della tragica notizia via radio, come Maria Elena, la moglie di Buddy Holly, che restò vedova dopo solo sei mesi di matrimonio e che successivamente perse il bambino di cui era incinta.

I funerali si svolsero individualmente, Holly e J.P. furono sepolti in Texas, Valens in California e Peterson in Iowa.

Nonostante l’incidente, il “Winter Dance Party” continuò. Per la data di Fargo, il cantante Rockabilly Bobby Vee (grande conoscitore delle canzoni dei “The Crickets”) fu chiamato per sostituire Buddy Holly, e successivamente per tutte le altre date venne rimpiazzato dagli stessi Jennings e Allsupp. Oltre a loro, ovviamente, proseguirono anche Dion & The Belmonts.

Un mese circa dopo la tragedia fu trovata su un campo adiacente una pistola, che corrispondeva alla rivoltella che Buddy Holly teneva sempre con sé, ed alcuni esperti ritengono che lo schianto dell’aereo sia avvenuto a causa di due proiettili partiti per sbaglio proprio dall’arma del ventiduenne texano, che colpirono il motore del mezzo durante il volo. Questa seconda teoria, comunque, resta non ufficiale.

“Qui non siamo in California, le nevicate nello stato dell’Iowa possono essere violente, pesanti e quella di ieri sera è stata senza dubbio una di quelle”, dichiarò lo sceriffo di Clear Lake.

In memoria dell’incidente, nel 1989, un fan dell’era anni ‘50 proveniente dal Wisconsin, realizzò un monumento in acciaio inossidabile nel luogo dello schianto, sul quale vi erano scritti i nomi dei quattro ragazzi deceduti. Da quel giorno i fan passano a posare fiori, omaggiandoli. Oltre a questo, sono vari i memoriali eretti in onore dell’evento, raccontato anche,nei film biografici di Valens e Holly.

Ritengo l’accaduto alquanto tragico e triste, mi è molto a cuore la storia di questi giovanissimi ragazzi che, in un’epoca così semplice e spensierata, per colpa di una serie di eventi hanno trovato, ingiustamente, la fine.

Nel 1971 Don McLean coniò il termine “The day the music died”, raccontando nella sua canzone “American Pie” di come lui, da ragazzino, visse quel giorno.

Se siete appassionati di film vi consiglio la visione di:

  • The Jersey Boys 
  • La bamba
  • The Buddy Holly Story
  • Twist around the clock
  • A Bronx Tale
  • Grease

Mentre come playlist Doo-Wop vi consiglio:

https://open.spotify.com/playlist/1Zd2KpUi3F377cHG3iq7QH?si=nJHGg92nQeOdf5_CJA_RTA

Scaletta originale della serata precedente all’incidente:

https://open.spotify.com/playlist/1gU3jlXi6A3jPFHVdcHn6i?si=FG0QhZzuTeqe19tk9tGWug

American lover, Countryman. Appassionato di sport americani e di musica, come il Country e il Doo-Wop. Ama il Texas e i cowboy. E' attirato da tutto ciò che è americano. La sua espressione preferita è: "Howdy!"

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