cultura,  vita in America

Intervista con una exchange student in Kentucky: l’America vista dagli occhi di chi la sogna

Siamo felici di presentarvi questa approfondita intervista con Nicole Pellegrino, una studentessa di Torino, che nel 2018 affrontò l’ultimo anno di liceo negli Stati Uniti, in una tipica high school americana, vivendo quella che, scoprirete dalle sue parole, è stata una meravigliosa esperienza culturale e formativa da exchange student.

Le parole di Nicole sono autentiche perché ci racconta esperienze vissute in prima persona, e sempre in modo intenso. Ci racconterà aneddoti, situazioni, curiosità, che certamente ci faranno sognare un po’ di più il mito degli States, tra alcuni stereotipi confermati ma anche tanta, bellissima diversità culturale. Buona lettura.

Domanda: Quando sei partita per gli States, e dove sei andata a vivere? Perché proprio quel posto?

Risposta: Sono partita ad inizio agosto 2018. L’associazione che scelsi ti propone due opzioni: la prima (quella che ho scelto io) ti manda a caso in una scuola di qualsiasi stato dell’America; la seconda opzione invece è la possibilità di scegliere personalmente lo stato, ma con un sovrapprezzo non indifferente. Sono partita dall’Aeroporto di Milano, scalo a NYC di tre giorni in cui l’associazione ti illustra il percorso e incontri tutti gli altri exchange students. Dopo quei tre giorni ognuno viene mandato nella città finale, anche se la si conosce già all’incirca da due mesi, e volai fino a Louisville, dove la mia famiglia ospitante mi accolse e mi portò con sé fino alla loro città, che non era Louisville, ma Taylorsville, a tre quarti d’ora di distanza circa.

Domanda: Quali furono le tue prime impressioni una volta incontrata la tua famiglia ospitante? Da chi era composta?

Risposta: Allora, io scesi dall’aereo che erano le undici di sera circa, e a causa del fuso orario ero stanchissima, ma allo stesso tempo eccitata di vedere finalmente dal vivo la mia “nuova famiglia”, anche se ci eravamo già sentiti tramite Skype e mail nelle settimane precedenti.

L’aeroporto era deserto, quindi li riconobbi subito, mi accolsero con un cartellone che mi dava il benvenuto e con un caloroso abbraccio, ero molto imbarazzata, ma nei giorni precedenti immaginavo la situazione molto peggio, mi sono ricreduta e sentita subito a mio agio.

Ricordo che in auto mentre raccontavo dei miei 3 giorni a NY, il padre mi disse subito una frase tipo “Ieri eri nella città più famosa d’America, adesso sei nell’esatto opposto“.
Il padre (Fred) aveva i baffi, era un po’ in carne e aveva un cappellino di una squadra di baseball ed è stato fin da subito simpaticissimo. Lavora come falegname. La mamma (Britney) lavora come commessa e fa la sarta nel tempo libero. Poi hanno due figli: un ragazzo di quattordici anni, super attivo, si chiama Tyler. La figlia (Abigail) invece, aveva 17 anni (stessa età mia), era al penultimo anno di liceo, e giocava a pallavolo nella squadra della scuola. Arrivati a casa c’era il cane Dakota ad aspettarci.

Domanda: Hai raccontato di essere stata imbarazzata nel momento dell’incontro, anche se poi è andato tutto bene. Posso immaginare le difficoltà iniziali, vivendo non solo in un nuovo Paese, ma con una nuova famiglia, comunque relativamente sconosciuta, nella loro casa. Come è stato l’adattamento? Hai avuto qualche difficoltà?

Risposta: L’adattamento è stato piuttosto facile, ed è avvenuto senza forzature. Sono da subito stati molto gentili, accoglienti e disponiblissimi. Qualità che comunque una famiglia che si offre a queste associazioni deve avere. I primi giorni di permanenza sono stati molto belli, dato che non era ancora iniziata la scuola e la sorella ospitante ogni giorno mi portava in un posto diverso della città, per farmela conoscere meglio. Inoltre l’ultimo weekend prima dell’inizio della scuola avevano programmato a mia insaputa (sorpresa) un viaggetto e andammo a passare tutta la giornata di domenica al Taylorsville lake state park (un parco lacustre vicino a Taylorsville). Il giorno successivo iniziò la scuola!

Ecco, imbarazzo a mille, essendo un paese non grande, ovviamente la scuola era frequentata da poche centinaia di studenti del posto, e io ero l’unica exchange studentUna signora mi accolse alle 8 e mi fece fare un tour di tutta la scuola, classi, armadietto, palestre che lì sono chiamate facilities, bagni etc, e passai la mattinata a camminare in sostanza ahah. Il pomeriggio rimasi a scuola, dato che dovetti fare la famosa foto per l’annuario di fine anno.

Al contrario di come pensavo prima di partire, in classe, durante le lezioni moltissimi studenti non si parlano o non si conoscono nemmeno, cambiando classe ogni ora. Le uniche amiche che mi sono fatta sono state esclusivamente grazie alla squadra di pallavolo e, sfortunatamente, nessuna di loro aveva le mie stesse materie nelle mie classi. A pallavolo ci entrai la seconda settimana, facendo delle piccole selezioni nella palestra con altre ragazze.

Dopo aver passato il test di guida dopo un mese (in Italia ce ne metti minimo sette) iniziai a fare cambio con mia sorella ospitante e guidare la sua macchina fino a scuola, dove c’era un parcheggio privato enorme, alcuni posti erano pure affittabili e c’era chi li affittava! Quindi posso dire che verso l’inizio di ottobre mi ero già adattata completamente, parlavo e pensavo in inglese, mi ero fatta qualche amica con cui giocavo a volley e con cui uscivo la sera per andare al fast food o a casa di qualcuna di noi (non si usa come in Italia, uscire e trovarsi in centro, le opzioni da me erano trovarsi a casa di qualcuno, o passare la serata al MC o al Linda’s Grill). Avevo iniziato a studiare il programma e il posto mi piaceva sempre di più, Torino non mi mancava per niente!

Una piccola cosa che però mi ha colpito molto è stato il fatto che a differenza dell’Italia dove (secondo me) vieni giudicato per qualsiasi cosa, lì i ragazzi della mia età venivano vestiti a scuola nei modi più disparati, c’era chi veniva in pigiama, chi con giacca e cravatta, chi con cappello da cowboy e stivali e passeggiavano tranquillamente per i corridoi passando di classe in classe. Questa cosa è bella e giusta secondo me. Qui in Italia siamo abituati a vedere tutti vestiti allo stesso modo, a seconda della moda corrente e tutti sono pronti a “prenderti in giro” per come ti vesti.

Foto: Riley McCullough / Unsplash

Domanda: Hai parlato della squadra di pallavolo. Come ti è sembrato il sistema sportivo americano, a partire dunque dalle scuole? Sarebbe bello se anche le nostre avessero le loro squadre e i loro campionati. Credi che questo aiuti anche quei ragazzi che senza lo sport avrebbero difficoltà ad emergere?

Risposta: Sì lo sport è quasi più importante delle materie scolastiche; la scuola ha più palestre/campi che classi. Le varie scuole sono molti competitive tra di loro e ci sono una marea di sport e attività da fare. Non è vero lo stereotipo che gli americani sono tutti obesi, quando io alla mattina presto mi svegliavo, guardavo fuori dalla finestra e ricordo che vedevo tantissimi miei vicini fare jogging, quando un italiano medio si sveglia, molti americani hanno già fatto corsa, colazione e doccia.

Il sistema dello sport nelle scuole aiuta moltissimo secondo me, penso che il 95% degli studenti, da me, era in una squadra sportiva della scuola. In inverno e autunno ci sono sport come football, basketball e volley e nel periodo primaverile baseball, atletica etc… Le scuole sono cariche di soldi ed hanno un campo diverso per ogni attività. Il giorno della partita i giocatori devono vestire la giacca della scuola e tutta la giornata è dedicata alla preparazione del match. Per esempio noi giocavamo spesso verso le 17.30 (non più tardi perché spesso giocava la squadra di football) e iniziavamo a scaldarci e concentrarci da mezzogiorno circa.

Come hai detto tu, questo sistema aiuta molto i ragazzi poveri che trovano la salvezza, giocando prima per la scuola e poi per l’università. E ci riescono in molti, una cosa che stimo degli americani è che, ad esempio, se un ragazzo dice ad un altro che il suo obiettivo è diventare un giocatore della NBA, l’altra persona ti spronerà e ti farà i complimenti, in Italia invece si tende ad essere troppo realisti, senza mai rischiare. Però non tutti i giocatori provengono da condizioni di povertà. Per esempio molti giocatori dei college ho sentito dire che dopo aver giocato tre anni si dedicano poi alla professione per cui hanno studiato invece che focalizzarsi sul professionismo. Inoltre lo sport è ritenuto molto più importante e tutti, ma proprio tutti, seguono qualche sport, anche solo in TV. Noi, della famiglia, siamo andati due o tre volte a vedere la squadra di football di Louisville e penso ci saranno state 90mila persone tutte insieme, e stessa cosa per le high school, la sera della partita di football è veramente una festa, la città si riunisce al campo e ci sta fino alla fine, vedevo dai bambini con le famiglie ai vecchietti. Il volley era un po’ meno seguito, ma comunque non ci potevamo lamentare, giocavamo in una facility modernissima e con dei piccoli spalti sempre pieni.

Domanda: Come ti sei trovata nel seguire per un anno il metro scolastico americano? Cambiare aula per le nuove lezioni, oppure c’erano eventi a cui partecipavate come studenti? Com’era generalmente il clima studentesco?

Risposta: L’ambiente scolastico americano è molto più amichevole rispetto a quello italiano, molti studenti parlavano ai professori in modo scherzoso e amichevole, e questi ultimi erano simpaticissimi. Le giornate scolastiche sono più lunghe, si inizia alle 7.45 fino alle 15, lezioni di 50 minuti divise da 10 minuti di pausa per far si che gli studenti possano cambiare comodamente le aule. Ogni ragazzo ha un proprio armadietto, che usa per tenere i libri, infatti raramente vedi gente con zaini in orario scolastico. A pranzo si può mangiare alla caffetteria o portarsi un sandwich da casa in una lunchbox. Arrivate le 15 praticamente tutti gli studenti restano a scuola, chi per via degli allenamenti sportivi e chi per via delle attività come musica, teatro, e i vari club a cui si può aderire come il club del fumetto, quello della storia americana, scacchi o stare in biblioteca.

I tipici armadietti scolastici americani.
Foto: Joshua Hoehne / Unsplash

Come scuola aderivano a iniziative del paese come fiere e sfilata in centro il giorno del Ringraziamento. L’evento più importante (nel caso una squadra sportiva non arrivi alla finale) è il Prom, il ballo di fine anno verso maggio che abbiamo fatto nella palestra della scuola, dove tra buffet e orchestra si passa la serata col partner; il mio era un ragazzo di nome Doug che mi aveva fatto la proposta un paio di settimane prima. Un altro evento importante è l’Homecoming, un weekend di settembre in cui tutti i vecchi studenti che ora sono al college tornano a scuola per incontrarsi e fare una festa. Una cosa che ho notato e mi è rimasta impressa è che ogni scuola ha un club di fotografia incaricato di immortalare i momenti salienti dell’anno e giuro, ogni giorno vedevo fotografi anche due volte la mattina che giravano per scuola. Infatti sui muri e nelle vetrinette è pieno zeppo di vecchie o recenti fotografie degli studenti.

Domanda: Parliamo della vita in famiglia: la mattina facevate colazione insieme? E generalmente da cos’era composta? Inoltre ci puoi raccontare qualcosa dei momenti che trascorrevate insieme, magari nel weekend?

Risposta: Dunque, la colazione mi piaceva molto (anche se il mio pasto preferito era la cena), tutta la famiglia insieme la facevamo solamente nei weekend, dato che durante la settimana ci si svegliava ad orari diversi. La mia mamma ospitante la preparava e poi bussando una volta su ogni porta svegliava i figli. Sulla tavola c’erano uova, carne, pancetta e salsiccia, hashbrowns (una frittella di patate), toast o pancake con nocciola o burro d’arachidi da spalmare.

Nei weekend spesso si faceva a turno, nel senso che se quello prima lo si è passato con gli amici, quello dopo lo si faceva in compagnia della famiglia.
Con il mio gruppo di amiche e amici uscivamo molto la sera del venerdì dopo la partita o del sabato, si va al bowling, al pub o, nelle serate calde, a fare un falò nel bosco con marshmallow e musica, oppure, se in città c’era un concerto si andava a vederlo. Ah, altrimenti, (data l’assenza di una piazza centrale come qui in Italia) lì si usa ritrovarsi nel parcheggio della scuola con le auto, musica e chiacchierando tutta la sera.

La mia famiglia gradiva andare spesso al lago, affittavamo uno chalet per il weekend e passavamo lì le due giornate, c’erano delle canoe con cui andare nel lago, e poi facevamo ogni volta un gioco che amavano lì: in pratica nello chalet c’erano delle tute, delle maschere e dei fucili con pallini di gomma e dopo aver fatto due squadre giocavamo a rincorrersi con i fucili e passavamo il pomeriggio così, col cane che ci rincorreva ahah. Non penso facciano cose così in Italia, anche perché non c’è la cultura delle armi. (Fred, il mio papà ospitante aveva due pistole e un fucile, e anche mia sorella aveva una pistola piccola!)

Domanda: Un altro aspetto che penso sia interessante trattare è come hai vissuto le festività americana, ad esempio il Ringraziamento. E’ come te lo aspettavi prima di partire? Si respira molto il senso delle feste unito al sentimento tipico americano di quel giorno?

Risposta: Prima di partire il Ringraziamento non me lo immaginavo molto, dato che sapevo quasi nulla a proposito. Quasi una settimana prima ricordo che la gente iniziava a farti gli auguri per strada, la scuola chiude circa due giorni prima e si inizia ad addobbare la casa con strani gadget e si ordina il tacchino e la carne. Il pomeriggio prima, io e la mamma andammo a ritirare il tacchino in paese. La mia famiglia invitò entrambi i nonni e uno zio, eravamo una decina. Mangiammo il tacchino, qualche salsiccia e una torta di ciliegie fatta da una delle due nonne. Lo zio faceva morire dal ridere (finalmente capivo fluentemente l’americano parlato alla buona) e passammo il pomeriggio a tavola a chiacchierare. La sera (almeno da me) si usa fare un piccolo barbecue con la carne rimasta dal pranzo, nel retro gli uomini grigliavano e noi preparavamo il tavolo, a differenza del pranzo però, la cena durò poco dato che dopo ci fu una partita di football in TV. Ah, un’altra cosa: per queste feste in casa ci si deve vestire eleganti! Io avevo un vestito da sera, il papà ospitante era in giacca e cravatta e così via.

Ma tralasciando il Ringraziamento, credo che la festa più fantastica sia il Natale. In città si respirava aria natalizia già a fine novembre, tutte le strade e le case erano addobbate, per strada giravano Babbi Natale che davano dolcetti ai bambini e a scuola tutto era in tema. La vigilia è stata ancora migliore del giorno stesso. Andammo a casa dello zio David (quello del Ringraziamento), c’erano anche i nonni più il fratello del papà ospitante che venne a trovare la famiglia nelle vacanze, dato che lui viveva in California se non sbaglio, quella serata fu strabiliante, tutti i cliché dei film si avverano minuto dopo minuto, sembrava un film, ci accolse lo zio con cappello di natale e uno di quei maglioni natalizi che di vedono in tv (vanno un sacco in America). Dopo cena ci riunimmo davanti al camino a chiacchierare, giocammo a dei giochi da tavolo a tema natalizio, lo zio raccontò qualche storia divertente e ad un certo punto alla porta arrivarono dei bimbi con il prete a cantare una canzoncina natalizia. E poi, verso mezzanotte, passò in strada la macchina della polizia con l’altoparlante acceso che augurava “Merry Christmas!”.

Lì ogni festa è valorizzata nel suo meglio, gli addobbi sono praticamente obbligatori. Personalmente metto il Natale in testa, secondo Halloween e terzo il Ringraziamento.

Halloween è stato fantastico, pensavo fosse una festa giovanile, invece c’erano per la città persone di 60 anni travestite, addirittura le cassiere del negozio di alimentari! A scuola è bellissimo, il 30 ottobre si viene tutti travestiti da qualcosa e il 31 c’è un ballo in maschera a cui però non andai, poiché quella serata la passai alla casetta al lago con amiche e amici di scuola. Veramente irripetibile, mi divertii un sacco, tra storie di paura e risate (i ragazzi americani fanno troppo ridere), nonostante la nottata passata in una casetta nel bosco dove non prendeva internet e dove c’era UNA sola luce. La mattina seguente tornammo in città su un fuoristrada di un mio amico, entrai in casa e non puoi nemmeno immaginare la quantità di dolcetti e caramelle che mi trovai davanti.

La downtown di Taylorsville, Kentucky.
Foto: J. Stephen Conn / Flickr

Domanda: Mi sembra l’occasione giusta per chiederti anche del 4 di luglio (anche se probabilmente eri già tornata). Come l’hai percepito direttamente in America?

Risposta: Purtroppo tornai in Italia il 28/06, ma ne ho sentito parlare molto durante l’anno, e verso il 25 di giugno la città è già addobbata. A parte questo il patriottismo è una cosa alla massima potenza negli Usa, per le vie della città, c’erano bandiere americane attaccate ad ogni palo della luce, e moltissime case l’aveva sul proprio portico, anche noi. La gente non fiera della propria bandiera era quasi nulla. Ogni giorno a scuola, verso le 8.30, suonava la campanella in tutte le aule, era il segnale e tutti ci alzavamo in piedi con il professore e cantavamo l’inno americano (che ho imparato col passare delle settimane) mettendo la mano sul cuore e guardando la bandierina appesa in classe. Una cosa del genere penso che in Italia sarebbe presa come una battuta su cui ridere, lì invece erano tutti molto seri e fieri. Penso di aver visto la bandiera degli USA un milione di volte, è dappertutto. Nella casa dello zio (ci cui ti ho parlato), in salotto, c’erano addirittura due o tre foto del presidente Trump, e altri due che conosco (penso vecchi presidenti). Prima di ogni cosa si deve cantare l’inno, prima della partita di football, prima di fare lezione o prima di iniziare la messa.

Molti mi dicevano che una specie di 4 di luglio lo si vive durante la giornata del Super Bowl, a febbraio, e in effetti è stato molto caratteristico! A casa nostra mio papà si era organizzato con lo zio e qualche vicino, e guardarono la partita (per 6 ore!) in salotto davanti a patatine e carne. Io rimasi lì per un po’, e poi verso le dieci di sera andai a fare un giro a caso con la mia sorella ospitante, al parcheggio della scuola, per vedere se ci fosse qualche amico. Be’ usciamo di casa e sembra una scena apocalittica, in 15 minuti di auto abbiamo incontrato solamente una vecchietta col cane, arriviamo e sentiamo dei rumori, superiamo il primo edificio della scuola e nel campo da football vediamo una cosa come 350 persone sedute sull’erba, avevano montato un maxischermo per vedere il Super Bowl, e molta gente di Taylorsville era venuta lì, nonostante la temperatura non altissima, a guardarsi la partita! Quella serata la ricordo per essere stata “obbligata” dallo zio David a cantare metà inno ad alta voce davanti a tutti, prima della partita poiché secondo lui dopo sette mesi in America avrei dovuto già saperlo a memoria. Molto simpatico ahah.

Domanda: Hai raccontato tanti aneddoti e pensieri personali, ma qual è l’aspetto che ti ha colpito maggiormente del vivere americano? E quello a cui hai maggiormente faticato ad adattarti?

Risposta: Un aspetto che mi ha sorpreso molto è sicuramente stato il fatto che sono molto molto legati alle tradizioni, festività e via dicendo. Questa cosa può essere stressante alla lunga (almeno per me) come il fatto dell’inno, che ogni giorno a scuola dovevamo cantare due volte. Invece una cosa a cui ho fatto fatica ad adattarmi è il fatto che sono degli eterni perfezionisti; un giorno tagliavo il prato col papà, e be’, mi disse brava e salii in camera, quando mi affacciai alla finestra vidi lui che da chinato misurava ad occhio se l’erba fosse simmetrica e non avesse ribaltamenti ahah. E questo è solo un esempio. Il perfezionismo c’è nel praticello di casa fino al paesaggio urbano, all’organizzazione degli eventi, al merchandising della scuola. Pensa che già solo per un evento scolastico come può essere il Prom di maggio, ci sono dietro una decina di preparatori e designer che gestiscono e preparano tutto nei dettagli. Insomma tutto deve essere perfetto ovunque.

Domanda: Perché hai scelto l’America? Cosa ti attirava di questo Paese? Nel complesso, ha soddisfatto le tue aspettative?

Risposta: Ho scelto l’America per due motivi: mi è sempre piaciuta – per i film, la musica, la cultura generale, etc, e soprattutto perché sapevo già prima di andarci che negli USA c’è il miglior sistema scolastico al mondo, non dico per forza dal lato studio, ma intendo per tutto quello che riguarda la vita di uno studente americano: sport, balli, feste, ricordi indelebili, confraternite, amicizie, cose che si possono vivere al massimo, soltanto lì.

Nel complesso le aspettative me le ha stravolte e sì, ne sono stata pienamente soddisfatta, sapevo di andare incontro ad una bella esperienza, ma non me l’aspettavo così bella!

L’ultima settimana è stata strappalacrime, avrò salutato minimo 150 persone, dai professori agli amici e amiche che mi ero fatta, dai vicini di casa ai parenti di famiglia, insomma, per farla breve piansi ogni giorno, negli ultimi cinque. Mi fecero tutti quanti dei regalini, e ci promettemmo di rivederci un giorno. La mia famiglia ospitante mi fece un album ricordo con tutte le foto migliori di quell’anno e ci abbracciamo tutti.

Insomma gli studenti americani sono i più fortunati al mondo.

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Tiziano Brignoli è uno scrittore, autore di quattro libri. Il saggio letterario "F. Scott Fitzgerald: Una sorta di grandezza epica", la raccolta di racconti "Buonanotte Wyoming", il saggio biografico "Jack Kennedy: Il ritratto privato di un mito moderno" e il libro fotografico "Pèa Sbernigada", dedicato al suo paese natale. In autunno pubblicherà la novella natalizia autobiografica "Canto di Londra." I suoi libri sono tutti disponibili su Amazon. Il suo sogno è vivere negli Stati Uniti, magari in Wyoming, oppure in una graziosa cittadina del New England.

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